Sala d’attesa affollata
Evitare di crearsi convinzioni e pregiudizi

Un caso pratico che esula dall’ambiente scolastico, ma esemplificativo di situazioni davvero comuni e, forse, vi strapperà un sorriso e qualche riflessione
Storia
Buon giorno
Entrai titubante in sala d’attesa, cercando un posto dove sedermi, anche se sapevo che non sarei potuto rimanere seduto a lungo: ero troppo teso. Anche per questo ero arrivato in anticipo di oltre mezz’ora.
La sala d’attesa era già affollata, o forse le sedie erano davvero poco. Decisi di contare le persone in attesa: erano sette. Se erano tutte prima di me, avrei dovuto aspettare un bel po’. Ma se erano tutte prima di me, avrei anche dovuto attendere ben oltre l’ora del mio appuntamento: evidentemente il medico era in ritardo.
Così chiesi alla signora a fianco:
il medico è già arrivato?
Sì, è arrivato da un po’.
Ero talmente teso che pensai che un po’ di conversazione mi avrebbe distratto.
Lei a che ora ha appuntamento? Chiesi alla solita signora, che aveva un’aria tranquilla e serena.
Alle 15.00, sa, sono arrivata in anticipo perché temevo di non riuscire a parcheggiare.
Ecco, aveva l’appuntamento alla stessa ora mia. Esattamente alla stessa ora. E per cavalleria avrei dovuto lasciar passare lei, e poi onestamente era arrivata prima di me, quindi aveva la precedenza.
Ero sempre più irritato col medico.
Intanto vedevo nuove persone entrare, ma vedevo anche quelle che erano già lì sparire con la velocità del fulmine: il medico dedicava al massimo 5 minuti a ciascuno.
Che cavolo di medico! Io ho un problema serio, pensai, come può in cinque minuti fare l’anamnesi, la diagnosi e darmi la terapia?
Esattamente in quell’istante vidi entrare il medico. Mancavano 5 minuti alle 3.
Si fermò dalla segretaria, e mi venne incontro con un sorriso:
sono subito da Lei. Devo mettermi il camice e lavarmi le mani, ma se si vuole accomodare …
La signora è arrivata prima di me – risposi
La signora è una paziente del dr. Rossi, che ha l’ambulatorio a fianco al mio, e che oggi fa solo controlli. Ha visto? Un paziente ogni 5 minuti, sembra una catena di montaggio. E sì che, come me, quando deve fare le visite ci mette anche più di me. Ma venga in ambulatorio, staremo insieme almeno per la prossima ora, visto che è la sua prima visita.
Sentendomi un idiota, lo seguii.
Domande
- In termini di comunicazione, cosa è successo?
- I ragionamenti del paziente possono avere conseguenze?
- Avrebbe potuto fare qualcosa di diverso?
Risposte
In termini di comunicazione, cosa è successo?
Il paziente si è lasciato guidare da convinzioni e pregiudizi. Sostanzialmente ha applicato la sua mappa del mondo in maniera assoluta, senza alcuna flessibilità o possibilità di apertura e modifica.
I ragionamenti del paziente possono avere conseguenze?
Sì. Le conseguenza sarebbero potute essere peggiori se il suo medico non fosse improvvisamente entrato a chiarire l’equivoco, perché in tal caso il paziente sarebbe entrato dal medico prevenuto e irritato e questo, sommato allo stato d’ansia che già aveva dichiarato, gli avrebbe reso molto difficile esporre chiaramente i suoi problemi ed ascoltare il medico.
Ma anche così, il paziente entra dal medico in uno stato d’animo di sudditanza che lo può portare ad accettare passivamente qualunque cosa, senza esporre chiaramente i suoi bisogni, e questo impedisce di rendere la visita medica realmente costruttiva.
Avrebbe potuto fare qualcosa di diverso?
Assolutamente sì, e aveva diverse possibilità
- Chiedere chiarimenti dettagliati, alla segretaria o alla signora con cui ha parlato. Poteva esporre i suoi timori, chiedendo alla segretaria quanto dura normalmente la prima visita con quel medico, chiedendo alla signora con quale medico avesse appuntamento, visto che erano alla stessa ora, chiedendo come mai i pazienti che entravano rimanevano solo pochi minuti.
- Utilizzare l’attesa per raggiungere uno stato d’animo rilassato e costruttivo. Poteva dimenticarsi del mondo, concentrarsi su se stesso, leggere un libro rilassante, fare esercizi di respirazione, raggiungere lo stato mentale alpha.
- Utilizzare l’attesa per prepararsi alla visita. Poteva fare un elenco dei suoi problemi, dei suoi sintomi, di ciò che desiderava dal medico, elencare in ordine cronologico gli episodi che l’hanno indotto ad andare dal medico, segnarsi le domande che voleva porre al medico, in modo da essere sicuro di farle tutte.
Spesso, se seguiamo un filo apparentemente logico delle nostre convinzioni e dei nostri pregiudizi, soprattutto quando si tratta di interagire con gli altri, rischiamo di cadere in uno stato di ansia o di rabbia assolutamente inutile e controproducente.

Per un autore può essere molto facile o molto difficile descrivere il proprio libro, dipende dai punti di vista, e non ci sono vie di mezzo. Per me è difficile: non appartengo alla generazione abituata a fare personal branding, che poi vuol dire presentarsi al meglio e farsi pubblicità: io sono più vecchia, appartengo ad una generazione che è stata educata diversamente., a nascondersi un po'. A fatica, e a modo mio, mi adeguo. Il farmacista che comunica racconta le tecniche di comunicazione più utili per il farmacista nella sua professione quotidiana , e lo fa spiegando la teoria , aggiungendo esempi pratici ed esercizi per migliorare e ragionarci su. Ma il libro è anche, se lo vediamo nella sua globalità, una riflessione sulla professione stessa del farmacista qual è oggi e come potrà essere nel prossimo futuro. Come iscritta all'Albo da molti anni, posso dire che sono orgogliosa dei costanti attestati di fiducia che il farmacista riceve dai clienti e dai pazienti, e sono altrettanto orgogliosa dei molti farmacisti che vedo prodigarsi nel lavoro quotidiano a favore della qualità di vita di tutti. Sono invece meno orgogliosa di alcuni arroccamenti a modelli mentali ormai obsoleti, che pure si incontrano. Prendete quindi questo libro come un supporto, un aiuto e un invito al rinnovamento di una professione che ha origini antichissime e, spero, un brillante futuro.

A volte ci si pone obiettivi che, in realtà, sono già stati raggiunti: ecco un esempio di questa situazione Voglio trovare un metodo di lavoro! Più o meno è cominciato così il percorso di coaching. Lucia (ovviamente non è questo il suo nome) è una persona molto competente, molto stimata. Quando sa di sapere è anche decisa, volitiva, e non si lascia mettere i piedi in testa, ma sa anche essere modesta, disponibile. Giovane, matura per la sua età, può essere considerata un’impiegata modello o, come si dice oggi, uno young talent. Mi arriva al coaching per sviluppare maggiormente le sue capacità, peraltro ampiamente riconosciute dai suoi capi e dai suoi colleghi. Ed esordisce proponendomi l’obiettivo di trovare un metodo di lavoro. Da quel poco che la conoscevo, e da quello che mi avevano detto di lei in azienda, mi sembrava un obiettivo assolutamente pleonastico: se lei doveva trovare un metodo di lavoro che dire allora di tanti altri? Però come obiettivo ha senso, bastava formularlo in maniera adeguata. E poi un coach entra in merito al metodo, al processo, ma non può dire che rifiuta un obiettivo sensato perché sembra pleonastico. Così già alla seconda sessione di coaching l’obiettivo era stato ben formulato, e Lucia aveva proposto una strategia razionale. Le ho quindi dato come compito di perseguire l’obiettivo usando la sua strategia e chiedendole di portarne avanti, in parallelo, una alternativa. Lucia proponeva di fare, come primo passo, un’accurata indagine di tutto ciò che non funzionava nel suo metodo di lavoro. Io l’ho obbligata a cercare con altrettanto accanimento tutto ciò che funziona. Il risultato? Al terzo incontro Lucia era pienamente consapevole di avere metodi di lavoro efficaci, passibili di ottimizzazione, ma funzionanti. Ed aveva anche capito di avere la rara dote di essere flessibile nei suoi comportamenti, sapendo scegliere il metodo di lavoro in funzione delle situazioni. E così abbiamo cominciato a lavorare su obiettivi ben diversi. In questo caso la scelta di assecondare un obiettivo che in realtà era già stato raggiunto è stata efficace per superare un problema di autostima.

Si tratta di una domanda frequente e, vi assicuro, non è semplice rispondere, ma ci proverò. Il primo, e più solido, confine tra convincere e manipolare è nei principi etici che, in pratica, si traducono nelle intenzioni. Chi ha etica scarsa e vuole manipolare, sicuramente manipola, sia che ottenga il risultato che desidera sia che si limiti a provarci. Eppure, per quanto paradossale, il problema non è davvero grave. Costoro sono spesso identificabili, talvolta si rivelano dei veri e propri truffatori, al punto che è la stessa legge che ci tutela, o dovrebbe farlo. E poi, spesso, siamo persino fin troppo prevenuti, al punto che quasi a nessuno viene in mente di considerare pienamente privo di manipolazione il discorso di un politico in campagna elettorale o di un avvocato, di un promotore finanziario, … E poi chi si pone la domanda su dove finisce il linguaggio persuasivo ed inizia la manipolazione è sicuramente un individuo che ha principi etici e che non desidera manipolare. Ed è a costoro che devo un risposta. Qualcuno dichiara che “ se lo faccio per il suo bene non è manipolazione ”, e questa convinzione è particolarmente frequente da parte dei genitori. Mi spiace, ma non sono d’accordo : alcune delle peggiori manipolazioni sono state fatte seguendo questa convinzione. Salvo casi molto, molto, particolari, è impossibile stabilire quale sia il bene di un’altra persona. Certo, se ragioniamo su un farmacista o su un medico che convince un paziente ad assumere correttamente una terapia o ad acquisire uno stile di vita più sano è decisamente più semplice stabilire i confini tra convincere e manipolare ed è persino accettabile il concetto del “lo faccio per il suo bene”. Però … navigate su internet alla ricerca di informazioni sulla salute, persino quelle convalidate da titoli di studio, e vi accorgerete che non è difficile trovare vere e proprie forme di manipolazione. Quindi, ci risiamo. Peraltro imparare il linguaggio persuasivo, nelle sue diverse forme, è utile e necessario per molte professioni, o anche solo per difendersi dalle manipolazioni. E, una volta imparato, non lo si tiene nel cassetto, ma si usa costantemente. Dunque il dilemma diventa più profondo: come faccio a capire se io varco il confine tra persuadere e manipolare? Non ho risposte assolute, ma posso raccontarvi quali sono i miei parametri, pur sapendo che qualcuno tenderà a fraintendermi. Io parto dal presupposto che, comunque sia, lo faccio per il mio bene. In un passato articolo, Le intenzioni positive, ho raccontato che uno dei presupposti della programmazione neurolinguistica è che sempre e comunque ci comportiamo con modalità che, secondo il nostro inconscio, ci portano dei benefici. Spesso per confutare questo concetto mi vengono portati ad esempio persone come Madre Teresa di Calcutta. Rispondere è facile: lei stessa ha più volte dichiarato di fare sempre ciò che la rendeva estremamente felice. Se sono pienamente consapevole delle mie intenzioni positive, in piena onestà, senza barare con me stessa, posso anche comprendere quando sto varcando il confine tra convincere e manipolare. E, a questo punto, i principi etici devono fare il loro lavoro.







