Procrastinazione e racconti di FB
Ho imparato a procrastinare.

Negli ultimi mesi ho imparato diverse cose nuove: forse non tutte positive.
Ho imparato a procrastinare. Non l’ho mai fatto prima. Adesso mi viene benissimo!
Intendiamoci: non sono mai stata una fautrice del fare mille cose, e ho sempre amato ritagliarmi tempo per leggere, guardare un film o semplicemente rilassarmi sul divano. Quello che faccio (o, meglio, non faccio) ora è diverso. Continuo a crearmi elenchi di impegni e scadenze. Lo faccio da oltre 40 anni e credo che non smetterò mai. Semplicemente fino a qualche mese fa realizzavo tutto quello che avevo pianificato e, se qualcosa rimaneva indietro, compensavo il giorno dopo. Adesso rimando, rimando, rimando.
Uno dei complici della mia procrastinazione sono i racconti scritti con l’intelligenza artificiale che FB ha cominciato a presentarmi. Sono quasi una droga.
Ho letto il primo con quella curiosità antropologica che, negli anni, mi ha portato a guardare una puntata di programmi come Il grande fratello, l’isola dei famosi, uomini e donne e persino la pupa e il secchione. Questa volta sono rimasta affascinata.
Ho imparato qualcosa su come scrive l’AI e sul correlato servizio di traduzione.
- Alcuni racconti sono scritti in maniera terribile, altri sono scritti bene.
- Le traduzioni non tengono minimamente conto dei verbi irregolari italiani. Per leggere i racconti devo districarmi tra “smettetti” e “discutetti”, rendendoli nella mia mente dei banali smisi o discussi per poter proseguire nella lettura
- Maschile e femminile vengono usati indifferentemente. Un personaggio inizia da essere descritto come lui per passare a lei poche righe dopo
- Mancano, evidentemente nelle istruzioni, alcune informazioni fondamentali per cui è assolutamente normale trovare genitori che hanno circa 10 anni di differenza di età rispetto ai figli o gravidanze che durano indifferentemente 3 o 15 mesi (si tratta sempre di umani, non di gatti o elefanti)
La parte più interessante, però, è nelle storie stesse.
La maggior parte sono storie di riscatto, di persone che imparano a dire di no e a mettere confini. Sembrano terribilmente banali, ma non lo sono. Non sono storie vere, ma sono incredibilmente verosimili.
Leggendole ho avuto la conferma di qualcosa che sospettavo da tempo: Tolstoj aveva torto!
Ricordate una delle sue frasi più famose, l’incipit di Anna Karenina?
Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Non è vero: l’infelicità nelle famiglie è costruita su modelli assolutamente banali, sempre gli stessi con piccole sfumature di differenza.
In superficie ci sono suocere terribili, mariti bamboccioni, madri predatorie, padri-padroni…
Scavando un po’ si trovano sistemi banalmente tossici. La famiglia è uno dei luoghi principali di costruzione dell’identità. Però è la famiglia nel suo complesso che costruisce l’identità dei suoi membri, gliela cuce addosso e cerca di renderla immutabile. Uscirne è difficile, doloroso.
- Qualcuno sfoga sulla famiglia il suo bisogno di controllo, e lo esercita con ogni modalità possibile.
- Qualcuno pensa che per essere amato sia necessario essere disponibile, sacrificabile, ed entra in un devastante ruolo.
- Vengono distribuite funzioni, e la struttura familiare cerca di cristallizzare quei ruoli per tutta la vita. Qualcuno viene definito bravo, qualcuno fragile, qualcuno forte.
Per chi si trova nel ruolo dello sfigato di turno è più facile crearsi una vita vera fuori dalla famiglia piuttosto che combattere per un cambiamento. C’è chi fuori è assertivo, persino potente, e appena rientra in famiglia si ritrova all’angolo. Complice lui stesso della scarsità di spazio e di riconoscimenti.
- Chi chiede di più ottiene di più.
- Chi dà di più viene piano piano considerato sempre più obbligato a dare.
Non è un semplice problema di autostima: è molto più complesso. I figli vanno protetti e aiutati o messi alla prova e rafforzati? Non esiste vera risposta a questa domanda!
Uscire dal ruolo assegnato richiede consapevolezza, prima di tutto del ruolo, caparbietà, confini, imparare a dire no, e un’infinità di altre cose spesso dolorose.
Leggere queste storie fa riflettere.
E l’ultima riflessione, per me non poco importante, è sul fatto che ogni storia è costruita dall’AI. Qualcosa che non conosce i verbi, che fa confusione sui sessi, sui tempi, che spesso è ripetitiva, addirittura sconclusionata. Ma che riesce a entrare con precisione nelle dinamiche psicologiche meglio, molto meglio, di tanti umani. Questo, lo confesso, mi spaventa.








