Il management per paura funziona

Mi dispiace doverlo ammettere: la gestione delle persone attraverso la paura funziona.

I testi di management e leadership raccontano tanti diversi stili di gestione e si discute dell’efficacia di ciascuno. Tra corsi aziendali, curiosità personale e necessità professionale li ho studiati e, naturalmente, mi sono fatta le mie opinioni.

C’è però uno stile di management che non viene citato nei testi, non viene studiato, ma viene messo in pratica spesso: il management per paura.

È un modalità di gestione che sfrutta e crea paura nelle persone che vengono gestite, e funziona.

Mi dispiace ammettere che funziona. Ad essere onesta, nel dover ammettere che funziona mi si rivolta proprio lo stomaco.

Lo incontriamo, spesso.

  • È il padre-padrone che governa la famiglia col terrore, il marito violento che annichilisce la compagna. E fin qui siamo bravi tutti a condannare.
  • Ma c’è anche il capo in azienda che governa tramite sfuriate, umiliazioni, minacce di licenziamenti…
  • Una nota a parte: qualcosa di simile al management per paura può essere applicato anche dal medico in ambito salute o dall’insegnante in ambito scolastico, ma in queste due aree è generalmente meno efficace di quanto sia in azienda o d chi detiene potere politico.

È da condannare?

Eppure il sistema funziona, e anche bene. Quando, in azienda, arrivò un amministratore delegato che governava tramite la paura il fatturato aumentò in maniera notevole e il successo, dimostrato con i risultati economici, rendeva tutto questo legittimo.

Fa un po’ orrore?

Secondo me sì, ma ben pochi si opposero, anche in piccolissime cose.

Pochissimi tra le figure intermedie cercarono di continuare a trattare con rispetto i propri dipendenti. Così la gestione per paura divenne un fenomeno a cascata. E il fatturato aumentava.

La gestione attraverso la paura non è un gioco al massacro: è il gioco dei bulli.

Nasce dal concetto che o si vince o si perde, è l’annullamento della negoziazione, il trionfo del compromesso bieco (uno vince, uno perde).

Poco importa se la vittoria è a breve termine, se nel tempo il dichiarato vincitore subirà danni talvolta più gravi degli apparenti perdenti.

Il management per paura è il trionfo (secondo me solo apparente e provvisorio) di chi è disposto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi, generalmente materiali o di rivalsa / vendetta, la vittoria dei colossi con piedi di argilla e, soprattutto, può essere giocato bene solo da chi non ha il minimo valore etico.

Chi subisce può solo subire?

In apparenza sì. Sì perché una delle prime regole della gestione del potere attraverso la paura è quella di dividere le persone che potrebbero opporsi, sì perché troppi tra quelli che subiscono si adeguano al gioco e dimenticano che per quanto chi ha il potere sia potente, tanti possono sempre vincere sul singolo.

E, in ogni caso, ci pensa il tempo a far tornare i conti.

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coaching
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A volte ci si pone obiettivi che, in realtà, sono già stati raggiunti: ecco un esempio di questa situazione Voglio trovare un metodo di lavoro! Più o meno è cominciato così il percorso di coaching. Lucia (ovviamente non è questo il suo nome) è una persona molto competente, molto stimata. Quando sa di sapere è anche decisa, volitiva, e non si lascia mettere i piedi in testa, ma sa anche essere modesta, disponibile. Giovane, matura per la sua età, può essere considerata un’impiegata modello o, come si dice oggi, uno young talent. Mi arriva al coaching per sviluppare maggiormente le sue capacità, peraltro ampiamente riconosciute dai suoi capi e dai suoi colleghi. Ed esordisce proponendomi l’obiettivo di trovare un metodo di lavoro. Da quel poco che la conoscevo, e da quello che mi avevano detto di lei in azienda, mi sembrava un obiettivo assolutamente pleonastico: se lei doveva trovare un metodo di lavoro che dire allora di tanti altri? Però come obiettivo ha senso, bastava formularlo in maniera adeguata. E poi un coach entra in merito al metodo, al processo, ma non può dire che rifiuta un obiettivo sensato perché sembra pleonastico. Così già alla seconda sessione di coaching l’obiettivo era stato ben formulato, e Lucia aveva proposto una strategia razionale. Le ho quindi dato come compito di perseguire l’obiettivo usando la sua strategia e chiedendole di portarne avanti, in parallelo, una alternativa. Lucia proponeva di fare, come primo passo, un’accurata indagine di tutto ciò che non funzionava nel suo metodo di lavoro. Io l’ho obbligata a cercare con altrettanto accanimento tutto ciò che funziona. Il risultato? Al terzo incontro Lucia era pienamente consapevole di avere metodi di lavoro efficaci, passibili di ottimizzazione, ma funzionanti. Ed aveva anche capito di avere la rara dote di essere flessibile nei suoi comportamenti, sapendo scegliere il metodo di lavoro in funzione delle situazioni. E così abbiamo cominciato a lavorare su obiettivi ben diversi. In questo caso la scelta di assecondare un obiettivo che in realtà era già stato raggiunto è stata efficace per superare un problema di autostima.
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Si tratta di una domanda frequente e, vi assicuro, non è semplice rispondere, ma ci proverò. Il primo, e più solido, confine tra convincere e manipolare è nei principi etici che, in pratica, si traducono nelle intenzioni. Chi ha etica scarsa e vuole manipolare, sicuramente manipola, sia che ottenga il risultato che desidera sia che si limiti a provarci. Eppure, per quanto paradossale, il problema non è davvero grave. Costoro sono spesso identificabili, talvolta si rivelano dei veri e propri truffatori, al punto che è la stessa legge che ci tutela, o dovrebbe farlo. E poi, spesso, siamo persino fin troppo prevenuti, al punto che quasi a nessuno viene in mente di considerare pienamente privo di manipolazione il discorso di un politico in campagna elettorale o di un avvocato, di un promotore finanziario, … E poi chi si pone la domanda su dove finisce il linguaggio persuasivo ed inizia la manipolazione è sicuramente un individuo che ha principi etici e che non desidera manipolare. Ed è a costoro che devo un risposta. Qualcuno dichiara che “ se lo faccio per il suo bene non è manipolazione ”, e questa convinzione è particolarmente frequente da parte dei genitori. Mi spiace, ma non sono d’accordo : alcune delle peggiori manipolazioni sono state fatte seguendo questa convinzione. Salvo casi molto, molto, particolari, è impossibile stabilire quale sia il bene di un’altra persona. Certo, se ragioniamo su un farmacista o su un medico che convince un paziente ad assumere correttamente una terapia o ad acquisire uno stile di vita più sano è decisamente più semplice stabilire i confini tra convincere e manipolare ed è persino accettabile il concetto del “lo faccio per il suo bene”. Però … navigate su internet alla ricerca di informazioni sulla salute, persino quelle convalidate da titoli di studio, e vi accorgerete che non è difficile trovare vere e proprie forme di manipolazione. Quindi, ci risiamo. Peraltro imparare il linguaggio persuasivo, nelle sue diverse forme, è utile e necessario per molte professioni, o anche solo per difendersi dalle manipolazioni. E, una volta imparato, non lo si tiene nel cassetto, ma si usa costantemente. Dunque il dilemma diventa più profondo: come faccio a capire se io varco il confine tra persuadere e manipolare? Non ho risposte assolute, ma posso raccontarvi quali sono i miei parametri, pur sapendo che qualcuno tenderà a fraintendermi. Io parto dal presupposto che, comunque sia, lo faccio per il mio bene. In un passato articolo, Le intenzioni positive, ho raccontato che uno dei presupposti della programmazione neurolinguistica è che sempre e comunque ci comportiamo con modalità che, secondo il nostro inconscio, ci portano dei benefici. Spesso per confutare questo concetto mi vengono portati ad esempio persone come Madre Teresa di Calcutta. Rispondere è facile: lei stessa ha più volte dichiarato di fare sempre ciò che la rendeva estremamente felice. Se sono pienamente consapevole delle mie intenzioni positive, in piena onestà, senza barare con me stessa, posso anche comprendere quando sto varcando il confine tra convincere e manipolare. E, a questo punto, i principi etici devono fare il loro lavoro.
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